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Rocco Scotellaro Nel cuore della Bufala

Paolo Tornitore Bufali

Italo Rocco Biografia

Italo Rocco Il Bufalaro

 

 

Rocco Scotellaro
Nel cuore della Bufala


 

NOTA DELL'AUTORE

Le piane di Salerno, di Eboli e di Paestum, nella bassa valle del Sele, che si estende, lungo la fascia costiera, dal fiume Forni, subito dopo Salerno, fino ad Agropoli, sono da poco meno di un ventennio soggette alle opere di bonifica e di irrigazione, che hanno seguito le alterne vicende, il più spinto investimento pubblico e privato e le brusche interruzioni, imposte dalla tecnica agraria, dalla politica di bonifica e dalla guerra.
I due Consorzi di bonifica, quello in Destra e quello di Paestum in Sinistra del Sele, su una superficie di circa 38.000 ettari hanno eseguito ed eseguono importanti opere di irrigazione dalla diga di sbarramento del Sele, presso Persano, ai ripartitori di acqua, ai canali diramatori, agli impianti idrovori, e strade di bonifica, elettrodotti; hanno costruito alcune borgate rurali e molte stalle, hanno sistemato una vasta estensione di terreni; hanno largamente sostituito alle antiche colture tradizionali, cerealicole e zootecniche, le moderne e industriali del tabacco, del pomodoro della barbabietola da zucchero.
Niente o quasi niente e invece mutato nei rapporti tra proprietà e lavoro, mentre l' impresa della terra si e associata all' impresa industriale e i nomi dell'onorevole Carmine De Martino e dell' ingegnere milanese Bruno Valsecchi, figlio di Antonio, stanno dietro alle Società anonime (la Saim, Società anonima industrie meridionali costituita per la grande concessione di tabacco, del De Martino; la Sab, Società anonima bonifiche, dell' ing. Valsecchi, un uomo che non nasconde le sue intenzioni: egli non è un benefattore del Nord egli investe nell' acquisto di terra e nella trasformazione fondiaria, sussidiata dallo Stato, i larghi profitti delle tante opere pubbliche eseguite dalla sua azienda).
La Saim (De Martino) arriva fino al Tusciano e confina con la Sab (Valsecchi con 800 ettari) che si trova oltre questo fiume.
L' assoluta maggioranza della superficie coltivabile della bassa valle del Sele è nelle mani dei grandi proprietari capitalistici e dei grossi affittuari (oltre a De Martino e Valsecchi, i fratelli Pastore, i fratelli Scaramella, il senatore Mattia Farina e figli, il principe Colonna, i fratelli Alfano, Conforti, Mellone, Garofalo ecc.).
Bisogna dire che non sono i soliti padroni meridionali, conosciuti come assenteisti; sono degli abili imprenditori, fatti audaci e sicuri dai profitti delle produzioni di pomodoro o di tabacco e degli allevamenti zootecnici.
La piccola proprietà e soprattutto quella costituita in seguito alle quotizzazioni del Comune di Eboli che risalgono al principio del secolo e all'altro dopoguerra con piccole quote da uno a due ettari, lontanissime, a San Berniero, nel Campolungo a 18 chilometri da Eboli e quindi molto meno migliorate perchè gli intestatari non avevano mezzi propri e non ottennero mai il credito. Pochissima terra hanno le varie cooperative costituite in questo dopoguerra: La Falce, I'Achille Grandi, la Reduce, il Contadino, L' Aratro, La Spiga di Grano, La terra, L' Aurora, Il Corno d'Oro, sparse nei comuni di Eboli, Battipaglia, Pontecagnano.

I contadini sono, nella grande maggioranza, compartecipanti e salariati fissi e avventizi. Questa antica realtà sociale non è affatto mutata, ed esiste tuttora nelle zone a vigneti, nei pressi di Eboli, il vecchio rapporto tra il direttario e l'utilista, denominato "la quarta ebolitana", per cui l'utilista, che è il contadino, che ha praticamente impiantato la vigna e gli alberi da frutto, deve corrispondere al direttario un quarto del prodotto.
Una volta gli avventizi scendevano nella piana, durante le lavorazioni stagionali per la semina e per il raccolto, dalla collina ebolitana e dai monti di Capaccio. in "compagnie", pigiati nei carretti; oggi scendono le ragazze per la raccolta dei pomodoro e del tabacco, pigiate anche esse nei camion. Resta il problema del ripopolamento della Piana, perché le opere pubbliche sono ancora insufficienti e a causa degli immutati rapporti sociali. Lentamente si popola la pianura che fu abbandonata, più che per le invasioni barbariche dal mare in seguito all'abbassamento del terreno lungo la fascia costiera avvenuto in epoca imprecisata e per cause geologiche incerte: Paestum, nel IV secolo a. C., era alta 25 metri sul livello del mare; e si ebbero la palude e la malaria e la popolazione si stabilì nei centri di collina. E' tale il ricordo della infestazione malarica, che la libellula, con le sue quattro ali e il lungo addome, dai vivaci colori -se ne vedono rosse e verdi sui canali - è qui chiamata "'a morte" ed è scambiata per l'anofele. Il ripopolamento della Piana data, tuttavia, dal 1857 allorché il governo borbonico, che già, per un rescritto di Ferdinando II, aveva iniziato opere di bonfica con le colmate dei terreni più depressi mediante le torbide dei fiumi, stabilì in 120 case alcune centinaia di persone scampate al terremoto di Melfi. Era questa la prima colonizzazione e quelle case formarono il primo nucleo di Battipaglia, nuova cittadina che conta oggi 16.000 abitanti e che pare lo specchio di certi aggregati agricolo-industriali del Settentrione con le sue case recenti di un secolo e recentissime perché ricostruite dopo questa guerra.
Dalle prime colmate là dove le acque mangiavano il terreno, è passato quasi un secolo: sono opera recente la diga, i canali di irrigazione, i colatoi per la raccolta delle acque di scolo nel terreni sottostanti all'estrema fascia dunosa, gli idrovori del torrente Asa, dell'Aversana, della Foce del Sele, che sollevano l'acqua e la versano in mare, e i canali di dispensa delle acque alle aziende, sopraelevati, di cemento, ma che sembrano di legno come truogoli cavati con la scure nel tronco delle quercie, uniti tra loro, e i canali con gli argini, che le squadre degli operai passano a pulire dell'erba alta. E qui nella piana tutto ancora bolle: ci sono gli acquedotti rurali, ma più importanti sono i pozzi; c'è la luce elettrica, ma più numerose sono le case di campagna con l'illuminazione a petrolio, ad acetilene, a candela; ci sono i canali di cemento, ma anche quelli in terra e i fossi, i pantani, i 'tonzi' per la bufala; i pascoli si trovano in mezzo ai terreni coltivati e nel Carripolungo, e il travertino affiorante nella zona di Paestum .
L'industria, che è giovane e appare solida nelle mani degli stessi terrieri, concorre ad animare l'ambiente sociale. Della Saim (De Martino) sono gli stabilimenti per la lavorazione (essiccamento e imballaggio) del tabacco a Picciola (Pontecagnano), a Fiocche, a Persano, a Santa Lucia (Eboli), a Santa Cecilia (Battipaglia); un conservificio e un casefficio a Battipaglia; una filovia da Battipaglia a Mercato San Severino, che diconò una delle più importanti d'Europa, estesa per un tratto di circa 80 chilometri. Della Sacer (Valsecchi) uno zuccherificio. Molte sono le fabbriche conserviere: di Cirio, Baratta, Garofalo, Rago.
La ciminiera della fabbrica di quest'ultimo sovrasta il Palazzo comunale di Battipaglia di cui il Rago, prima di scomparire, ora è un anno, rapito o ucciso o emigrato o suicida non si sa, fu sindaco, prima monarchico e poi socialista e impiegò nella campagna elettorale amministrativa del maggio 1952 un elicottero per lanciare i manifestini "Vota Rago". Era un modesto proprietario di terra, ma grande affittuario di terreni dei Comune di Eboli, clle egli ha migliorato, pagando tuttavia al Comune canoni irrisori.
Numerosi sono i caseifici per le mozzarelle e le famose provole affumicate, i pastifici, i mulini moderni e imponenti, i bar; nuovi sono i cinema di Eboli, dove con 5 lire si potevano vedere, nel 1950, due film e in più si aveva un buono per una tazza di caffè, per ragione di concorrenza tra i due proprietari.
Vicino a Pontecaglano il dottor Morese alleva i migliori cavalli da corsa e ha una stanza della masseria piena di coppe di argento e di trofei per le tante vittorie. Dai centri abitati si stende alla campagna una costellazione di case coloniche, diversissime tra loro, senza pretese, gialle o bianche di travertino o di pietra calcarea, oltre il viale di pioppi della grande strada asfaltata, la Tirrena.
Da Battipaglia si scende per questa strada verso il mare e si attraversa il Campolungo dove la bonifica fa ancora la figura che fanno le rose davanti ai templi di Paestum. Nel Campolungo le stradette sono polverose e bianche e il silenzio è rotto, nelle grandi chiazze del pascolo, dal muggire delle bufale nere.

Si vedono i monti di Capaccio come segno certo di orientamento perché la Piana ingoia. Siamo, si dice, nel cuore della bufala, nella zona, tra tutte quelle già paludose dell' Italia centro-meridionale, che ha il più gran numero di bufali, più di 6000 capi su 12.000 che ancora ne esistono in Italia. Sovrasta e circonda questa zona la più arretrata agricoltura del Cilento povero, degli ALburni e della montagna lucana.
Anche per le bufale c'è qui chi pensa, e giustamente, alle forme più moderne di allevamento semibrado o stallino, c'è chi ha costruito delle vere piscine, anzi il signor Signorini ha adottato le doccie nel recinto al posto dei ' tonzi ',fossi pieni di acqua melmosa, che le bufale si scavano nel terreno acquitrinoso; ma bisogna fare i conti con l'intelligente, selvatico animale, iroso quando partorisce, docile quando il figlio succhia i capezzoli, pronto a muoversi al suo nome cantato dal bufalaro e a farsi mungere da lui soltanto se ha sotto anche il figlio, e, se questo muore, deve annusare la sua pelle indossata a un altro vitello.
La bufala ancora contrasta col suo nero mantello fangoso ai canali pre-fabbricati, al pomodoro e al tabacco, alle file di pioppi giovani, che, dopo dodici anni, si vendono per legname con un profitto già colato in gola al proprietario.
Montefusco Cosimo fu Nunziante è un ragazzo di 17 anni che fá l'aiuto bufalaro a Campolungo e che non sa ancora, come si dice, il mondo: è l'erede del secolare mestiere del padre, ma si indovina che, malgrado sia analfabeta, egli resisterà poco ancora con le bufale, perché sente che il suo lavoro è in liquidazione, che i pascoli sono accerchiati dai pomodori e dal tabacco, che i ' tonzi ' di acqua melmosa dove le bufale vanno a bagno si asciugheranno; e se anche questo non avvenisse, egli sa che c'è Salerno, c'è Napoli più in là, che non ha visto, ma ha visto Eboli e c'è suo zio a Eboli che ha la radio "che suona le canzoni".
Ogni bufala ha un nome che è un versetto e i nomi di una mandria di bufale fanno un poema. Cosimo, che non sa leggere e scrivere, recita il poema con dolcissima cantilena tante volte al giorno, quando chiama all'alba le bufale a una a una per mungerle e quando al pascolo le richiama se scantonano fuori le staccionate nei parchi degli altri o sulla via.

Cosimo è un pezzo di ragazzo con gli stivali di gomma, alto, bruno, con le carni cotte e sode, e così pare pittato perché non parla e se parla o dice i versetti è come se non capisse il significato delle parole: è una creatura che deve ancora parlare.

 

INTERVISTA

Sono nato a Eboli, come comune, ma precisamente all'Aversana, che è una masseria come questa dove lavoro che si chiama Battaglio. Qui una masseria e di don Vincenzo Cuozzo e un'altra di don Gennaro Pierro, ma le bufale che guardo sono di Matassini e abito nella masseria più in là, laggiù dove ci sta un pozzo a vento, presa in fitto dallo stesso Matassini da un certo Salvatore Giacchetti, che non è di queste parti.
Mio padre morì nel '40 e qui ci lasciò me, mia madre di credo 48-49 anni, mio fratello più grande del '31, l'altro dei '33 e il più piccolo del '40, io sono del '36.
Tutti a lavorare ancora con don Alberto Matassini. Il primo fratello ha la pensione perché, quando fecero lo sbarco, vicino a noi passavano i tedeschi e la nave da basso alla marina cominciava a sparare e invece di cogliere i tedeschi colse la casa, e noi volemmo scappare fuori e mio fratello Vincenzo, come stava per scendere la scala, gli cadde la scheggia sulla mano e rimase mutilato. La mano ce l'ha mancante a sinistra da sopra il gomito. Nessuno dei fratelli è andato a scuola, io non so mettere la firma mia. Se noi volevamo andare a scuola da "piccirilli", mamma poteva lavorare da sola e pagare il maestro? Da cinque o sei anni sto vicino alle bufale. Prima lavoravo nella terra a pornodoro, che è tenuta a parte col padrone (quando un tomolo, quando un tomolo e mezzo). Vado a Eboli una volta all'anno quando è il mio nome, santo Cosimo, e qualche rara volta la domenica per trovare mio zio, un fratello di mamma, che coltiva la terra anche lui a mezzadria. Mai stato a Salemo e a Napoli nemmeno. Non sono andato a Salemo, come andavo a Napoli? Sono andato solo a Battipaglia e a Eboli qualche volta per il cinema e ho visto cinema di guerra, cinema d'amore, ma se uno mi dicesse in faccia: -Che cinema hai visto? come era intitolato? - io non so, perché non so come scriverlo. Da un paio d'anni ho incominciato ad andarci. Mi piace andarci perché vedo quando si uccidono, e mi piace: fanno a cazzotti, voglio dire. Non posso raccontare perché non tengo a mente niente.

Il primo cinema a Eboli fu costruito subito dopo i bombardamenti, lo chiamarono Supercinema e lo fece fare Pezzullo, il padrone del più grande mulino e pastificio. Poi Cosimo Negro, che tiene tutte le esattorie dei paesi e un grande palazzo, costruì un altro cinema che si chiama il Cinema Italia. Si misero di attrito e Nigro faceva due film al posto di uno con lo stesso biglietto.
Il Supercinema, che tiene il palcoscenico, fece venire le compagnie e allora Nigro, che non ha il palcoscenico, ribassava il prezzo del biglietto per spopolare il Supercinema e da 100 a 60 a 50 a 30 lire artivammo a pagare il biglietto 5 lire e per ogni biglietto ci davano anche un buono per ritirare al caffé o un caffé o un gelato. Si facevano i biglietti pure i bambini e le mamme scendevano sulla piazza con tutti i loro bambini, facevano il biglietto a tutti più per il buono del gelato e ci volevano i carabinieri tanta era la folla per regolare l'entrata. Allora andai a cinema la prima volta, tre anni fa.
Poi i due cinema si sono messi d'accordo e si scambiano i film e ogni film si ripete due giorni, un giorno in un cinema un giomo in un altro e forse tengono le casse unite e si dividono il guadagno.
Mostro a Cosimo un numero della rivista "Tempo" del 10 settembre che ha sulla copertina una foto del pittore Carlo Levi con la giovane attrice Balducci. Chiedo che cosa può essere la tavolozza che il pittore ha in mano, coperta di colori: - Può essere roba di frutta - mi risponde Cosimo. Sfogliando il settimanale, egli ferma il dito su una fotografia di Coppi che riconosce. Non sa invece cosa siano e a che cosa servono le lamette "Gilette Blue" che si vedono in un angolo pubblicitario. - Ecco, gli dico, questo è Marconi. Sai cosa ha fatto? ha inventato la radio -. La radio, Cosimo, sa cosa sia, ma non l'ha: - L'ha mio zio a Eboli, suona le canzoni.'
Gli domando: - che giomo è oggi?
- Oggi ne abbiamo 3 settembre 1953,
- Come lo sai?
Cosimo non sa cosa rispondere, esita, poi dice calmo:
- Se ne incaricano gli altri di saperlo.
Egli sa i giorni della settimana, i mesi dell'anno, sa addizionare uno a uno contando sulle dita delle mani, ma la moltiplicazione e la divisione non sa farle. Appena gli spiego come si fa la moltiplicazione, egli, per rispondere alla prima domanda (quanto fa 7 X 3?) conta sulle dita addizionando: 7 e 7 = 14 e 7 = 21.
Si fa festa quando è poca fatica, una domenica si e una no, ma dopo che è finito il raccolto, è raccolto anche il pomodoro, e ci sono solo gli animali da pascere, a settembre-ottobre. Mi alzo tanto alle quattro, alle quattro e mezzo e anche alle cinque, la mattina. Prima vado a prendere i vitelli per mungere la madre. Cacciato il vitello dal cancello, lo meniamo sotto la mamma e appena cala il latte, lo togliamo da sotto la mamma. Quando chiamiamo per mungere vengono mamma e figlio, se ne va un'ora e mezza quando anche due ore per mungerle tutte. Non potete mai andare appresso alla bufala per il latte che fa, tanto può fare una secchia (dieci litri) tanto pure mezza secchia, a seconda come mangia, ne fa di più subito dopo che ha partorito. Meniamo allora i vitelli nel parco chiuso e io vado con le bufale in un altro parco. Pascolo fino a mezzogiomo e allora le porto all'acqua dove ci stanno i 'tonzi'.
Le bufale sono prima vitelli, fino a tre o quattro mesi quando succhiano, poi fino a un anno si chiamano "asseccaticci", vuoi dire che non succhiano più, dopo un anno fino a due anni sono "annutoli" che significa un anno compito. A quest'età si fanno coprire e a due anni e mezzo o tre partoriscono e diventano bufale.
Ci vogliono dieci mesi per partorire. Qualcuna capita che non piglia e cioé non resta incinta, qualcuna abortisce. Bufale "cacciatore" sono le vecchie e quelle che non danno molto latte e il padrone le caccia per venderle al macello.
Mentre parla, una bufala esce dal parco nella strada; egli ~orre e la chiama quasi cantando: - Chi comanda -. E' il nome della bufala, è anzi la prima parte del nome della bufala, cui segue la così detta "'a vutata", che Cosimo dice che è il cognome: - Chi comanda... chi comanda non suda -; la bufala, così richiamata, rientra nel parco.
- Uno che comanda, mi spiega Cosimo, e dice a un altro "fa la tale cosa", quello non suda a dire quella parola, invece suda quello che fatica.
Le bufale bevono e si coricano nell'acqua e si rinfrescano, le tengo un'ora, e io mangio il pane e vado a fare un pomodoro e bevo l'acqua dai parzunali che la portano e, quando loro non ci sono, sto senza bere e la sera se ne parla.
L' acqua c'è ma è tornata e ci impiego un quarto d'ora fino alla fontana con la bicicletta, ma non posso abbandonare le bufale, che possono andare ai pomodori a far danno e anche in parchi estranei e il padrone poi viene vicino a me a cercare ragione. Quando le bufale stanno con la pancia vacante "alluccano"; noi, quando abbiamo la pancia vacante, non andiamo a trovare qualcosa dove si vende? Così loro: trovano l'erba buona e si fermano. Io sono bufalaro aiutante massaro. Ma non abbiamo fatto nessun contratto con qualifica, cominciai a pascere porci a 13 anni, il padrone mi disse: - Vieni per pochi giorni - e, poi sono rimasto. Verso l'una porto le bufale al parco fino alle quattro e mezza e me ne accorgo dal sole verso le montagne dei paesi: Montecorvino, Altavilla, Albanella, li conosco a nome ma non ci sono andato, come pure Ifuni (Giffoni), Campagna...
Poi le porto nel parco chiuso, dove c'è ormai poca erba perché hanno già mangiato, e me ne vado alla masseria, dove lavo i bidoni per il latte, mungo se ci sono le vacche da rnungere, preparo il carrozzino a don Alberto per farlo andare via, a Battipaglia. Fatte tutte le cose, vado a casa distante un chilometro dalla masseria.
La casa è anche di don Alberto, fittata, di due stanze e la cucina e siamo cinque persone con mamma. C'è il pozzo per l'acqua. Mangiamo maccheroni, pasta e patate, pasta e fagioli, minestra, vino la domenica, carne mai, proprio qualche volta quando viene una festa, quando muore una bufala. Mia madre deve comprare la mozzarella del caseificio. Burro mai ne pigliamo, la ricotta quando è festa. Noi a cose di latte non ci andiamo appresso. lo il latte lo mangio quando dice, poi stufa.
La sera qualche volta facciamo una pazziella, "u tti e a qua" che è il giuoco a nascondere; tutti i giovanotti delle altre masserie là attorno, raccontiamo un conto di fatti dei vecchi all'antica, io non ne so, e fatti di cinema di chi l'ha visto.
Quando sto così che guardo le bufale penso a tanti che vanno camminando alla spasso. Passa una macchina e penso "quello se ne va nella macchina e io fatico e guardo le bufale". Quelli che stanno assettati avanti al bar, si accattano l'aranciata, il caffé, tante cose, e quelli che vanno a cinema tutte le sere, loro possono; io posso un gelato, quando passa la vespa da qui con i gelati; da qualche anno cominciano a venire con la vespa a vendere i gelati in campagna.
Continuo a porgli domande.
Gli chiedo: - Sei cattolico?
- No, - risponde.
- Come, non credi a Gesù Cristo?
- E come! Si, ma non sapevo neanche, e avevo capito un'altra parola e non so che si dice cattolico quello che crede a Gesù Cristo. A messa la domenica: niente, non ci posso andare. Io credo a Gesù Cristo più quando fa morire qualcuno; e quando uno è malato, parlano tutti di Gesù Cristo: - Gesù Cristo mio fammelo sanare -. Le cose di Dio le ho imparate tutte a casa mia, ma le ho dimenticate.
Pare che posso pensare alle cose di Dio? Ma ci credo. Chi creava l'aeroplano? lui l'ha creato; quando fecero lo sbarco e prima e dopo c'erano pùre gli aeroplani che buttavano le bombe, era la guerra e la guerra non l'ha creata lui, Gesù Cristo; le guerre le fanno fare quelli che non si trovano, che non vanno d'accordo, mai la guerra l'ha potuta mettere Gesù Cristo.
L'aratro per arare chi l'ha fatto? I maestri, ce ne sono tanti a Eboli e a Battipaglia. Pure certi mastri, che io non conosco, certamente qui non ci sono, fanno le bombe, che fanno spaccare tutte le cose. terra e masserie, e muoiono i cristiani.
Io mi raccomando a Gesù Cristo di stare bene io e tutta quanta la famiglia. E poi vorrei tante cose, come per esempio, io vorrei più zappare, uccidermi di fatica e non guardare le bufale, mettere mano a faticare alle sette e alle cinque levar mano ed esser a libertà.

Ma qua, a questo mestiere, sempre alluccare alle bufale; qua, pure quando mangi, vai a chiamare la bufala, corri, scappi. E la sera vorrei. stare al paese; anche se uno non ci ha soldi, pure che guarda nel paese già si spratichisce, si istruisce.
A Battipaglia, è molto distante , sono dodici chilometri, pure ci andrei la sera,
anche con la bicicletta, ma dopo il lavoro, mangiare, andare e tornare, uno è già stanco.
Lo zappatore, come vorrei fare io, quando è il sabato sera piglia la settimana di paga e la porta a casa. lo, invece, guardo le bufale un mese intero intero, notte e giorno nella campagna, per 6000 lire, 50 chili di grano, 3 quintali di granone all'anno che fanno 15.000 lire in tutto, e 10 chili di fagioli e 10 chili di olio all'anno. Faccio il sottomassaro e mi pagano da garzone.
E come può cambiare questa suonata?
I bufalari grandi fanno tante parlate di partiti. Per votare, io sto al padrone, a quello che lui mi dice, ma io non sono all'età, avendo l'età voterò come lui. Il padrone è del Re. Sono parecchi che votano là. Ma per ora non rni interesso, quando arrivo all'età, si. E poi io tante cose non le intendo. Posso dire qualche cosa di campagna e delle bufale. E poi nessuno ti dice una spiegazione: c'è la luna, se non alza il sole non se ne va; è mancante e lo so da me: come non si vede, sera per sera, se manca, se cresce? E posso dire i nomi di tutte le bufale e i cognomi, che sono "a vutata" dei nomi:
nome
cognome o <a vutata>
'A signora ...
a signora cuntente a tutti
'U giureo.
'u giureo 'ncasa li chiuve
Chi campa ...
chi campa vere sta massaria
Chist'at'anne.
chist'at'anne t'arrive a fa
'U generale
(non ha cognome)
'U 'nturzo.
'u 'nturzo t'è lassato 'n canna
Mai che fà...
nun ce sta mai che fa
'A casa mia...
a casa mia tutta uarnìta
Abbreghe...
am'arrivate mane 'e 'bbreghe
'A malatia...
tiene sempre 'sta malatia
Chi t'arrobbe ...
chi t'arrobbe bene te vò
'E cane...
pure 'e cane stanne amare
Poggioreale..
Poggioreale sta a Campolungo
'A coccagna ...
sta coccagna pure firnisce
'A puvarella
(non ha cognome)
Tantu bene...
tantu bene pure firnisce
Chìange ...
chiange ca aia ragione
'A ferrimena ...
'a femmena fa cumme vole
Manéila ...
manéila 'n pitte ca ce sta
A lu frie ...
a lu frie se sente l'addore
Traretore ...
si' state sempe nu traretore
'A mmiria...
'a mmiria te fa parlà
'U sposo mio
'A fera
Ra nu tiempo.

Queste sono tutte le bufale con il nome e cognome. Il toro non ha nome, è uno solo; le giovenche neanche ce l'hanno, una giovenca prende il nome quando fa il primo figlio e il latte. Come faccio a conoscerle una per una? Voi come conoscere i cristiani? Così sono pure le bufale. I nomi delle bufale degli altri sono tanti, io non li conosco, qualcuno l'ho sentito e lo sento quà attorno, dagli altri bufalari:
Allerchi...
quannu te viesti fai allerchì
'N guollo a nui...
'n guollo a nui campino tutti
Salierne ...
ca a Salierne pe te curà
Mala lenga ...
'a mala lenga t'è rimasa
'U padrone...
'u padrone fa cumme vole
Fatti crere...
fatti crere ca sì buone
Nzuppurtable ...
sti vicini sò nzuppurtable
Si no sparte...
si no sparte guaragne cchiù poco.
Tutti contro...
tutti contro e Dio 'n favore
Sagli 'n coppe...
sagli 'ncoppe t'aggia parlà
Quanne è auste ...
quanne è auste facime li cuonti
Tutti l'usi...
tutti Fusi so flniti
'Ncoppe a paglia...
'ncoppe a paglia s'adda murì


I nomi certamente hanno un significato e non c'è bisogno di spiegarli: sono i fatti e i ragionamenti che facciamo ogni giomo tra di noi. Pure i cani tengono i nomi. Mettiamo, chiamo la bufala Poggioreale. Poggioreale dicono che è un carcere che sta a Napoli e allora Poggioreale sta pure qua a Campolungo: non puoi parlare con nessuno, solo chiamare gli animali e stai senza farniglia. Mia madre ora fa i pomodori, tiene un tomolo e mezzo a mezzadria da Matassini, il fratello di 20 anni porta il trattore in un'altra terra, quell'altro tira la pensione perché è mutilato e va in cerca di qualche mestiere, quello di tredici anni fa la terza perché andò a scuola a nove anni, e io sto qua. Ci vediamo la sera, tutti e quattro i figli dormiamo nel letto matrimoniale e mia madre nel lettino. La casa è di due stanze e la cucina è fuori e l'avete vista la casa quando siete passato dalla masseria.
"Mai che fà nun ce stai mai che fà" vuol dire, per scherzo, che lavoriamo sempre.

"Chi cumanne nun sude" ve l'ho già detto.
"Abbreghe" non sono quelli che imbrogliano la gente?
Io ho messo solo il nome a "Chist'at'anne" perché c'era una bufala che si chiamava così e mori e ce lo misi a un'altra. Così facciamo sempre quando muore una, un'altra prende il nome. Quando muore un vitello, conserviamo la pelle e la mettiamo addosso a un altro e solo così la mamma annusa la pelle, sente il figlio e si fa mungere.
"Manèila" è per qualche ragazza, ma quando succede! Qualcuna sempre succede chiacchierando che si fa toccare il petto: sono le ragazze che vengono a lavorare ai pomodori e al tabacco, vengono col camion e se ne vanno col camion. Prima di andarsene si lavano le mani e la faccia, si cambiano i vestiti vicino a qualche masseria. Queste cose c'è bisogno che me le devono dire? Non mi è mai capitato niente, ma queste cose si sanno.
Il toro, quando gli viene "u vulio" piglia e "zompe ncuollo", ma la bufala può calare la coda, come la femmina: quando vuol fare sta zitta, se non alluca e se ne va. Non so più niente. Uno da qua basso, a Battipaglia, a Campolungo, impara qualcosa a fare il soldato: esce, vede, è un diventimento il soldato. E se succede la guerra, pazienza. Se si chiamano, andiamo; dobbiamo morire una volta. Ma che guerra può succedere più? Che vogliono fare più?
Qui sentiamo soli i "granughi" quando alluccano la sera e non finiscono mai.
Se avessi i soldi, mi farei la casa, perché oggi o domani ci appiccichiamo col padrone, và a trovare un'altra casa, và a scasare! e vorrei un pò di terra per fare un orto. E pure a stare col padrone, voglio andare a zappare, a fare i fossi, ma non più appresso agli animali.

(da R. Scotellaro, Contadini del Sud, comprende pure L'Uva puttanella), Laterza, Bari 1954, pp. 243-258.a

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